17 novembre 2011

Il mare di Francesco Casorati

Dieci anni di dipinti in una bella mostra allestita a Cuneo
“L’idea della sospensione e della precarietà, non intesa come incertezza esistenziale o imminente catastrofe – semmai unico possibile teatro degli umani eventi – sembra inseguire e connotare piùche mai i recenti lavori di Francesco Casorati”: con queste note della prof. cuneese Ida Isoardi, inizia il vigoroso e sottile testo critico che accompagna il catalogo della mostra di arte contemporanea “Francesco Casorati. Dipinti 2001- 2011”, in corso negli spazi espositivi della Galleria d’arte Skema 5 di via XX Settembre, 10 a Cuneo.
Curata da Fabrizio Quiriti e da Giorgio Barberis, la rassegna, con una quarantina di opere, rappresenta un ritorno in provincia del Maestro, dopo 28 anni dall’ultima personale del novembre 1983 presso l’ex Galleria degli Orti  a Cuneo e quella del 1980 a Saluzzo, presso il Museo Casa Cavassa. Francesco Casorati nasce a Torino nel 1934 da Felice Casorati e da Daphne Maugham, pittrice londinese, nipote dello scrittore Somerset Maugham, allieva  presso i migliori ateliers parigini e le più prestigiose accademie francesi e  londinesi d’inizio novecento, apprendistato caratterizzato dalla presenza singolare di artisti simbolisti e post-impressionisti quali Denis, Serusier, Vallotton, Bonnard… ed infine, verso il 1925, fatalmente, discepola ventenne nello storico studio torinese di via Bernardino Galliari del maestro Felice Casorati, figura di spicco della cultura figurativa internazionale del Novecento. Nel 1934, Francesco Casorati viene al mondo con un retaggio familiare straordinario ma anche con un indubbio, ed altrettanto straordinario, bagaglio scomodo ed ingombrante da portarsi sempre appresso. Figlio di Felice (Novara 1883-Torino 1963) maestro indiscusso
della “forma pura” di un mondo figurativo permeato di cultura viennese, fiamminga rinascimentale e francese,
inizia a dipingere a quindici anni ed espone per la prima volta nel 1954 a Milano; dopo i lunghi soggiorni
con la madre a Parigi e a Londra, tornato a Torino, inizia a partecipare regolarmente alle principali rassegne
nazionali ed internazionali. Negli anni ’70 partecipa  alle quadriennali di Roma e alle Biennali di Venezia  proseguendo l’insegnamento, prima al Liceo Artistico di Torino e poi presso l’Accademia Albertina.
“Cosa vuol dire amare la pittura?...Vuol dire non solo fare della pittura, ma amarla sopra ogni altra cosa, vuol dire vederla non solo nei dipinti ma ovunque, nelle strade, nei prati, nei posti belli e in quelli brutti, sui muri scrostati, nelle pietre rotte, nelle nuvole, nel mare…”. Le parole dell’artista ci accompagnano e “risuonano” di fronte alle opere: l’impatto avviene con una pittura sostanziata dal disegno, forme chiare, rigoroso bilanciamento formale, rispetto quasi artigianale della fase esecutiva, annullamento di qualsiasi elemento superfluo: autodisciplina severa, assenza di definizione tridimensionale, stilizzazione e libertà assoluta e liberatoria nei temi e negli intenti. Ma fondamentale, ci è parso l’amore per il mare, di cui l’artista parla. Si respira e percepisce, come potrebbe assaporarlo un ragazzino alla sera, seduto sul molo, mentre pesca. Il mare prevale ed inonda le tele con gamme coprenti di azzurri, intensi blu di Prussia e oltremare, grigi spenti. E’ un mare immobile su cui fluttuano battelli in improbabili discese ed in improbabili salite (Nave in discesa, 2000, olio su tela e Nave in salita , 2000, olio su tela), porti immaginati su fogli di carta piegati ed appesi ad un filo, come panni al vento ad asciugare, ma anche pesci inventati, scarnificati. Fili veri, colorati, infilati nella tela. Lische rosse appese ad ami enormi, per bilanciare con il loro peso bastimenti e navi collocate entro teatrini con classici prospetti frontonati a riesumare scenografie e quinte teatrali, barchette a remi sospese nel vuoto da nodi marinari, onde colorate, azzurre, blu, disegnate, scritte come parole sull’acqua. “La barca a vela, 2009, olio su tela, 70x70” si stacca dalle altre opere, per una certa profondità spaziale ed una sensibile percezione plastica: delle altre, mantiene intatto il fascino favolistico e lirico, immergendo l’osservatore nell’atmosfera magica di una notte d’estate fra stelle cadenti, luci magiche di fuochi d’artificio e riflessi argentei e dorati sull’acqua. Ma il repertorio oggettuale di Francesco Casorati Pavarolo (dal nome del paese sulle colline del Chierese dove il padre ebbe una casastudio a partire dal 1931 e dove Francesco visse a lungo), immerso in un generale e sottile serpeggiante sorriso ironico che avvolge tutte le opere, si avvale anche di lune e soli rotti, scatole contenitori per origami inverosimili, alberi spogli, città capovolte a suggerire con la luna l’atmosfera notturna, con il sole, un freddo sole, fredde giornate. Ricorrenti e singolari appaiono gli uccelli. Uccelli di paglia, uccellini metallici sottratti ad un ramo di un pino di Natale, uccelli di carta sapientemente ripiegata, uccelli azzurri dal contorno bianco: come si vedono, guardando il cielo in controluce mentre si è in mare…Assenza totale, ci pare, dell’uomo. In compenso,  pregnante e presente quanto il mare, c’è il silenzio. Quello degli abissi marini, quello che avvolge l’uccellino a quadretti racchiuso in una scatola, quello che lega quell’unico  albero spoglio ancorato ad un filo a strati paralleli di vuoto. E’ un silenzio che la memoria consegna all’artista attraverso il tempo. Un’eredità accostata
al controllo delle passioni, alla semplicità, all’innocente incanto di forme che fluttuano nello spazio, liberate dalla fantasia: quel silenzio talora un po’ decadente che aveva caratterizzato l’assenza di variazioni  atmosferiche nei dipinti paterni. Il poetico sonno de “L’attesa, 1921, tempera su tela” capolavoro del padre, in cui i volumi della gonna, la linea curva del collo ed il  bianco geometrico della tovaglia emanano un senso
di profonda malinconia e solitudine. Sia nelle opere del padre che in quelle del figlio c’è qualcosa di  metafisico che li unisce, non nel senso della pittura metafisica, ma per il superamento della concretezza oggettuale e la scelta di una superiore comprensione intellettuale.
Anna Cavallera

Corriere di Saluzzo, 17 novembre 2011