TRA CHIERI, PAVAROLO E PINO TORINESE IL TRIANGOLO IN BALIA DEGLI UNGULATI
Le incursioni sono sempre più frequenti in campi, orti e giardini
FEDERICO GENTA / La Stampa, 01/09/2010
Assediati. Arrivano dal bosco, quasi sempre in branco. Temono l'uomo, ma quando cercano cibo la tentazione è troppo forte. Abbattono recinzioni, sradicano piante sotto lo sguardo sconsolato dei proprietari. Sono i cinghiali che, puntualmente, tornano a farsi vivi alle porte di Torino, tra le ville immerse nel verde della collina. Un fenomeno che non dà cenni di voler diminuire, e che anzi è destinato a crescere, con il progressivo abbandono delle coltivazioni nelle zone montane.
Via Mongreno, alle porte di Pino Torinese. Un pugno di case sotto la strada per il traforo. Silvano Bocca mostra quel che resta de suo frutteto. Il bilancio dell'estate è stato pesante. «Senza contare i danni di minore entità, decine di meli e peri sono andati completamente distrutti. È la terza volta che succede dal 2008 ad oggi».Le coltivazioni sorgono al confine con il Parco di Superga. Il contatto con gli ungulati è inevitabile. «Le ho già studiate tutte. Avevo anche circondato i terreni con il pastore elettronico - una fascia elettrificata in grado di provocare una lieve scossa - Ma senza nessun risultato. Il Comune mi ha dato una delle gabbie fornite dalla Provincia. Ho catturato cinque piccoli cinghiali, ma posso mica risolvere il problema da solo?»
L'agricoltore lotta per difendere la sua proprietà, invece i residenti di corso Chieri, a Torino, sembrano essersi arresi. «I nostri giardini sono diventati anche casa loro. L'ultimo avvistamento risale a ieri sera - martedì - Erano due adulti e due piccoli» racconta Giorgio Cisella. «Sono scesi dalla boscaglia è hanno raggiunto la strada che porta ai garage. Dove passano sembra che il terreno sia stato arato». Non avete segnalato l'episodio nessuno? «E a cosa servirebbe? I cinghiali ci saranno sempre. Anni fa ne ho persino tamponato uno, mentre percorrevo la Panoramica. Ormai siamo abituati. Nessuno lascia i cani in giardino, specialmente la notte. E la mattina troviamo i prati calpestati e i bidoni dell'immondizia buttati a terra». Di casi come questo, lo scorso anno, alla Provincia ne sono stati segnalati più di mille. Per i danni alle culture sono stati elargiti rimborsi per poco meno di un milione di euro.
«Il problema è serio» conferma Sergio Bossi, sindaco di Pavarolo e presidente dell'Unione collinare che abbraccia dieci Comuni del territorio chierese. «Da tempo collaboriamo con il Servizio tutela fauna e flora, e con gli Ambiti territoriali per la caccia. Distribuiamo le gabbie a nostra disposizione. La verità è che servirebbe aumentare la frequenza delle battute, ma quel che manca sono i soldi». Oggi il periodo di caccia dura tre mesi, dalla terza settimana di settembre fino a dicembre. Poi ci sono gli interventi eccezionali dei «selecontrollori», che intervengono su segnalazione degli stessi Atc. Se ne contano più di 400 l'anno. I capi abbattuti alla fine della stagione sono 500: una minima parte rispetto alla popolazione stimata, che è in continuo aumento.
Marco Balagna, assessore provinciale ai Parchi e ai servizi flora e fauna, parla chiaro: «Stiamo facendo il possibile per contenere gli incidenti, ma è altrettanto evidente che non si può pensare di azzerare gli incontri ravvicinati tra uomo e ungulati». Cosa attira gli animali? «Il progressivo rimboschimento delle zone collinari e montanti. Specialmente di quelle zone che confinano con i grandi parchi, una volta coltivate. Qui i cinghiali trovano più facilmente cibo. Quando le risorse si sono esaurite, si spostano e arrivano alle case».
